La scuola ai tempi di Draghi ( Parte seconda)

Proseguiamo con la nostra inchiesta sui “buoni propositi” di Mario Draghi e del ministro Patrizio Bianchi sulla scuola italiana, iniziata con l’articolo pubblicato il 18 febbraio scorso. Siamo partiti da due dei sette punti del documento stilato per il governo “Conte Bis” dalla task force, guidata dall’attuale ministro non senza qualche puntata sul discorso del Presidente del consiglio al Senato.

Il punto “3” di questo documento di 150 pagine si occupa dell’intendimento di costruire “un curriculo essenziale e in grado di integrare cultura scientifica, cultura umanistica e tecnologie digitali”. Presa in sé, questa idea non è assolutamente da respingere, salvo che nella stesura del punto non  si riscontrano ragionamenti ed argomentazioni che dimostrino ed evidenzino come si vuol raggiungere questo traguardo; anzi il riferimento alle “nuove tecnologie digitali” lascia intravedere il rischio di voler, attraverso il “cavallo di Troia” della sintesi tra cultura scientifica, umanistica e “digitale” perseguire gradualmente, ma anche progressivamente, disegni proiettati verso il “transumanesimo”.

Questo rischio è stato colto anche dal Centro Studi “Rosario Livatino” che in un recente studio su quanto prevede il Recovery Plan sulla scuola, ci mette in guardia: ‹‹Il solo intervento di sistema sulla didattica sembra essere il potenziamento della didattica digitale integrata: il che solleva qualche perplessità sul rischio che si rafforzi la tendenza a subordinare le scelte didattiche alla tecnica, ossia al digitale. In tal modo non sarebbe la didattica ad utilizzare il digitale in base alle proprie esigenze, ma sarebbe la tecnica ad influenzare la didattica, con la conseguente perdita di stimolazione delle capacità di critica degli studenti da parte dei docenti.››

Questo rischio è avvalorato dalla volontà di fare delle competenze digitali “competenze trasversali”, cioè che si “insinuano” all’interno delle discipline e delle materie convenzionali. Altra cosa sarebbe invece prevedere l’introduzione di una disciplina apposita, che si chiami “digitale”, “informatica” o “coding”, che si occupa di addestrare gli studenti a tali competenze (irrinunciabili nel Terzo Millennio) e che fornisce loro anche “gli anticorpi” utili a fronteggiare il rischio di dipendenze, di inversione dei compiti e delle funzioni tra mezzi (all’interno dei quali rientrano tali competenze) e fini, all’interno dei quali rientrano invece le conoscenze vere e che attengono alla “struttura” universale e “naturale” dell’umano, cioè all’antropologia tradizionale.

Questo punto si occupa anche della necessità di intervenire con urgenza sulla fascia della “scuola superiore di primo grado, che appare uno dei punti più delicati della scuola italiana”. La crisi di questo segmento del nostro sistema educativo è stata accentuata dal “riordino” delle discipline voluto dal ministero Gelmini ma, che in verità, parte da lontano, per esempio da quando fu abolito l’insegnamento del latino che ora molti richiedono sia reinserito. Il riordino volle fare della scuola media inferiore una prosecuzione della scuola primaria, per cui alcuni insegnamenti “identitari” come “Storia” e “Geografia” o essenziali, come la Matematica, furono posti in sequenza con il risultato che la storia romana la si insegna alle elementari e la si riprende alle scuole medie superiori ed altrettanto accade alla “Geografia”, mentre per la “Matematica” si arriva alle “superiori” con lacune e carenze che non si è riusciti a risanare e col mare negli ordini d’istruzione precedenti.  Privi di una visione pedagogica di spessore, si è ignorato il principio dell’apprendimento “ciclico” per cui una buona istruzione e formazione è l’esito finale di un ritorno ciclico, ma non ridondante, su alcuni temi affrontati con metodi e strategie differenziati ed adattati all’età degli allievi.

Il punto “4” riguarda il proposito di una “scuola che valorizzi un’autonomia responsabile e solidale”. Declinata questa idea in termini concreti, si parla di estendere all’intero Paese le positive esperienze dei “patti educativi di comunità”, cioè di quei piani dell’offerta formativa (POF) costruiti anche con il concorso di enti locali, imprese e soggetti associativi presenti nel contesto socio-economico di riferimento volendo “aprire la scuola al territorio”. Come sarà possibile farlo senza approfondire ancor di più il divario tra scuola del Nord e scuola del Sud? Come potranno realizzarsi “patti di comunità” effettivamente funzionanti in una realtà, qual è in gran parte quella meridionale, in cui gli enti, le imprese ed i soggetti istituzionali che presidiano il tessuto socio-economico presentano “fragilità” secolari? Si rischia veramente di fare una scuola di “serie A” ed una scuola di “serie B”.

Qui dovrebbe invece valere il principio di sussidiarietà per cui, non riuscendo le realtà territoriali ad esercitare compiti di integrazione con il sistema scolastico, devono intervenire le realtà superiori (regioni e stato centrale). La necessità che non si approfondisca ed aumenti il divario tra scuola del Nord e scuola del Sud è ben rappresentato nella relazione della Commissione Europea del 2020 che ha rilevato come l’Italia presenti un tasso più elevato, rispetto alla media europea, di giovani che abbandonano la scuola prima del tempo e che presenta risultati insufficienti, particolarmente al Sud. I dati INVALSI dell’ultimo decennio evidenziano tali disparità e secondo la Commissione Ue l’Italia dovrebbe intervenire proprio su queste disparità. I “patti di comunità”, con un contesti territoriali così squilibrati e disomogenei,  invece di risolvere tale annoso e preoccupante problema rischiano di aggravarlo e farlo “incancrenire”.

Nei suoi discorsi, sia al Senato che alla Camera, Draghi, al netto dei panegirici dei quali è stato oggetto da parte di un sistema mediatico acritico e “ruffiano”, non ha dimostrato una piena consapevolezza e una completa cognizione di tali criticità che peseranno fortemente sul futuro delle generazioni a venire e della Nazione. (Segue)

 

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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