La scuola ai tempi di Draghi

Nel suo discorso programmatico al Senato il presidente del consiglio Draghi si è soffermato per lunghi tratti sul tema scuola pur non uscendo fuori dalla consuetudine di dichiarazioni scontate ed ovvie, ribadite a mò di “buone intenzioni” e poco riferendosi a soluzioni concrete e realistiche, se non per l’enfasi data al problema degli istituti tecnici, non del tutto ingiustificata in realtà, ma che, come vedremo, sarebbe impensabile poterlo risolvere sganciandolo da tutti gli altri punti di sofferenza della scuola italiana.

Se si vuole comprendere dove questo governo andrà a parare in materia di scuola, sarà forse più utile riferirsi ai 7 punti elaborati dalla task force presieduta durante il governo “Conte Bis” dall’attuale Ministro della Pubblica Istruzione Patrizio Bianchi.

Certo, dal punto di vista del retroterra formativo, non vi è proprio paragone tra l’Azzolina, con le sue lauree discusse, i suoi concorsi “vinti a stento”, le sue gaffe d’italiano. Il Ministro Bianchi è pur un ex rettore nonché presidente per un mandato della Conferenza nazionale dei rettori. E’ stato anche assessore regionale alla formazione in Regione Emilia – Romagna.

Ma può bastare il suo curriculum a rassicurarci? A scongiurare il rischio che il sistema scolastico italiano coli ancora più a picco? Certamente no. Anche perché a ben esaminare il suo curriculum, già si potrebbe immaginare che il sistema scolastico italiano si avvii su di una deriva tecnocratica (le dichiarazioni programmatiche di Draghi sugli istituti tecnici lo confermano) continuando ad insistere sullo snodo pedagogico fondamentale che ne ha determinato il declino: la sostituzione della didattica delle conoscenze con la didattica delle competenze.

Per essere esaustivi, evitando così i proclami di “buone intenzioni” o le affermazioni generiche quanto superficiali, dedicheremo all’analisi di questi punti più di un solo articolo.

Esaminiamo allora i capisaldi dello studio di 150 pagine preparato con la sua task force, dal Ministro Bianchi. Si inizia con il punto “1” che riguarda la necessità di fare della scuola italiana una “scuola aperta e inclusiva che si faccia carico della fragilità delle persone e dei territori”. E’ il solito ritornello o predicozzo, ripetuto da anni, di modellare il sistema scolastico italiano per fare in modo che diversabili e figli di immigrati siano inclusi e non abbandonati e che i territori economicamente più fragili siano sostenuti. Nei fatti poi mancano sempre i docenti di sostegno, le scuole sono chiuse nelle aree interne, demograficamente più povere laddove sono ritenute sottodimensionate rispetto alla spesa occorrente per pagare insegnanti e personale; gli alunni immigrati sono del tutto “tagliati” fuori dai saperi perché, non conoscendo la lingua italiana, spesso sono ammessi alle classi successive solo in ragione di un atteggiamento “compassionevole” e ipocritamente “inclusivo” ed umanitario.

I “territori fragili” diventano ancor più “fragili”, se vengono privati dei presidi scolastici. In questi ultimi decenni, si è passati dalle “scuole rurali”, finalizzate ad incontrare e soddisfare sul territorio la domanda di educazione ed istruzione al taglio di migliaia di istituti scolastici nei piccoli centri, concentrando l’offerta formativa nei comuni più grossi col risultato che questi piccoli centri si svuotano ancor più di popolazione e diventano “villaggi fantasma”. Tutto ciò è stato fatto senza costruire un solido ed efficiente sistema di trasporto scolastico che avrebbe potuto almeno limitare l’impoverimento demografico di queste piccole realtà comunitarie. La pandemia ha messo al centro delle risorse necessarie al funzionamento della scuola il tema dei trasporti che esige, a questo punto, se davvero si ha a cuore il futuro delle prossime generazioni, soprattutto nel Sud, come ha “proclamato” Draghi nel discorso al Senato, un investimento serio e consistente.

Cosa si potrebbe fare di concreto al riguardo? Ripristinare i corsi di specializzazione biennali per i docenti di sostegno per averne sempre a disposizione ed averli ben preparati, senza ricorrere, come sta avvenendo, a docenti improvvisati assunti a contratto a tempo determinato solo per coprire i posti vacanti. I figli di immigrati dovrebbero, prima di entrare nelle classi che loro spetterebbero per età, frequentare una “classe d’ingresso” o “classe propedeutica”, in cui essi possano imparare la lingua italiana e gli elementi essenziali della nostra civiltà pur non abbandonando del tutto discipline come la matematica e la lingua straniera. C’ è un precedente in tal senso, anche si trattava di una scuola di specializzazione post-universitaria: la Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi, fondata da Enrico Mattei. Gli studenti stranieri che dovevano accedervi, dovevano arrivare in Italia almeno tre mesi prima per apprendere, con un corso intensivo, l’italiano e gli elementi essenziali della “cittadinanza” italiana.

Il secondo punto riguarda “una scuola che prepari alle nuove competenze del XXI secolo”. Si tratta di un generico quanto confuso proclama dal quale, con molta fatica, si evince solo che la “nuova scuola” di Bianchi dovrebbe educare a “comprendere e affrontare i cambiamenti continui che quest’epoca ci propone”. Quando si tenta di entrare nello specifico si incontrano temi già affrontati nel primo punto, come l’inclusione, o che sono trattati nei punti successivi come l’innovazione. Siamo del parere che una sana educazione e preparazione ai cambiamenti, per favorire l’acquisizione di una solida capacità di adattamento, non può prescindere da una pedagogia sanamente e fortemente segnata dai saperi classici e dalle discipline umanistiche. Anche su questo versante c’è il precedente della scuola di Mattei che si prefiggeva di formare non sic et simpliciter il manager, come accadeva nelle business schools americane, ma l’uomo manager, sicché vi si insegnavano, accanto a tante materie tecniche e scientifiche, anche discipline come filosofia, scienze umane e religione.

C’è bisogno forse che chi si appresta a riformare o ad intervenire sul sistema scolastico italiano, più che riferirsi ad esempi d’altri paesi e d’altre realtà (Draghi si è costantemente riferito alla Germania, Bianchi alla Finlandia) recuperi la consapevolezza dei punti virtuosi della tradizione educativa italiana che non sono pochi ed irrilevanti. (Segue)

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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