L’Europa nel pensiero di Carlo Costamagna( Seconda Parte)

Il “sovranismo” del pensiero politico di Carlo Costamagna non esclude anche una sua dimensione “europea”, non “europeista” per meglio intenderci. Vogliamo, con questo secondo intervento dedicato al giurista di Quiliano, delineare i caratteri ancora attuali (e non legati alla forma contingente che essa assunse all’interno della temperie politico – culturale degli anni ’30) di questa dimensione “europea” della sua speculazione politologica.

Questo aspetto sorge dalla osservazione, fortemente intrisa di realismo, per cui ‹‹[…] diciamo pure lo Stato effettivamente nazionale si trova immerso in un ambiente internazionale. In tale ambiente esso vive di un processo dinamico il quale dà luogo, […] a scambi di elementi e di contributi con altri Stati, vale a dire con altri popoli. Deriva da siffatto scambio una diffusione di caratteri generali che tende a diventare sempre più intensa e a convertirsi nel tipo di una civiltà mondiale.››

Del resto già nella realtà storica e politica degli anni del Fascismo, fortemente caratterizzata da nazionalismo ed “autarchismo”, non raramente sfociante in formule revansciste, Costamagna, scrivendo e riflettendo sul “problema delle concezioni politiche universali”, teneva fermo sul fatto che “sarebbe errato ritenerlo per ciò incompatibile col tenore di una rivoluzione quintessenzialmente nazionale, come la rivoluzione fascista”. In altri termini egli riteneva che il concetto di Stato-Nazione, così come enucleato nel suo pensiero, non fosse contraddittorio ed incompatibile con realistiche forme di organizzazione della collaborazione e del consorzio internazionale ed europeo in modo particolare.

La ricerca di questa sintesi, apparentemente ardita e fin troppo “ideale”, poteva dare un frutto positivo e concreto solo a condizione che non si finisse nelle visioni astratte ed irenistiche di uno “stato mondiale” e di una “pace perenne”. Tale ricerca ‹‹esclude l’“universalità astratta”, perché nega la possibilità di ogni soluzione assoluta e definitiva di un preteso “problema mondiale” nell’ordine etico e giuridico. Esclude che tale soluzione possa avvenire nel quadro della pace eterna, in aderenza ad una concezione polemica della vita. E soprattutto nega che un qualsiasi ordine possa avere per soggetto l’individuo, titolare del “diritto mondiale”, come lo intendono gli estremisti dell’internazionalismo.››

Se osserviamo le dinamiche che oggi sottendono tante deliberazioni dei consessi internazionali, dalla Corte di Giustizia Europea alle varie direttive e ai molteplici pronunciamenti dell’ONU, del Parlamento Europeo e di altri organismi sovranazionali, comprendiamo come Costamagna avesse già previsto in anticipo i rischi di “deriva antropologica” cui  il diritto positivo basato sull’individuo potesse condurre, con la conseguenza di sottrarre alle comunità nazionali anche parte cospicua della loro “sovranità” culturale, etica, umana e  morale.

Per Costamagna però, tali rischi e pericoli, comunque non implicano che ‹‹si ripudii il programma di una collaborazione fra più popoli; pur ritenendo che nessun ordine supernazionale concreto, in una zona più o meno vasta dell’umanità, possa sorgere se non sulla base dell’individualità di ciascun popolo e per l’esercizio delle attitudini spirituali che si forgiano nell’azione politica attraverso la disciplina dei singoli verso il proprio Stato.››

Questa, succintamente, è la parte socraticamente “ironica” del pensiero politico di Costamagna sulle relazioni tra Stato nazionale ed entità supernazionali. Quali sono invece i punti essenziali e di pregnante attualità della parte “maieutica” di questa concezione? Il giurista ligure ritiene innanzitutto che i punti di riferimento “ideali” e “spirituali” per una moderna forma di costruzione sovranazionale, sfuggente all’universalismo mondialista, anzi che ne ostacoli gli effetti deleteri, in altri termini le radici che devono drenare sostanza vitale a questa nuova concezione, siano da rintracciare nelle due più antiche costruzioni sovranazionali europee: l’Impero Romano e il medioevale Sacro Romano Impero.

In queste due forme sarebbero rinvenibili nuclei e tracce di un “assetto federale” inteso non quale “negazione, ma come affermazione delle nazionalità e come riconoscimento del valore integrale delle singole comunità nazionali associate.” Un futuro “assetto federale” dell’Europa non potrà essere fondato sul “semplice concetto della ‹‹sovranità giuridica›› per il quale si tien conto appena dell’indipendenza politica e dell’integrità territoriale”, come accade con l’Unione Europea e quella che taluni definiscono “eurocrazia”.

Entrando più nello specifico, Costamagna afferma che non si deve affatto escludere che il “vincolo federale” tra le Nazioni europee possa garantire il perseguimento ed il conseguimento degli “obiettivi specifici di ciascun popolo federato” con l’automatica coartazione di quella autonomia finalizzata a preservare l’essenza e la sostanza di ciascuna identità nazionale.

‹‹In tal senso ‒ secondo il Nostro ‒ il vincolo federale può concludere anche a una “poliarchia direttiva”, che sarebbe l’organo centrale dell’auspicata “etnarchia” (è il termine usato per denominare questa struttura federativa n.d.r.) dei tempi nuovi, costituita su un fondamento spirituale. […] Invero l’Europa non è un concetto geografico, ma è un’idea di valore morale destinata a tradursi in un sistema politico, o non è nulla affatto.››

Costamagna immagina questa “poliarchia direttiva” come una sorta di tavolo permanente di concertazione tra i capi di stato e i governanti delle nazioni federate, finalizzato a coordinare e programmare in maniera concordata la vita delle singole nazioni per il perseguimento di obiettivi comuni sullo scacchiere planetario. In tal senso è importante che la rappresentazione “geografica” di questa Europa non trascuri o faccia a meno del Mediterraneo in quanto la proiezione mediterranea di una federazione di Stati-Nazione europei è il presupposto fondamentale per dare continuità ed un futuro alla “civiltà europea”.

‹‹E pertanto la civiltà europea ha il significato di un’idea la quale non può essere definita se non riferendola all’idea di Roma. Da questa, infatti, discende l’unica tradizione comune alle genti di questa parte della terra. In tale tradizione soltanto, interpretata nei termini nazionali e popolari della nuova etica civile, è possibile trovare il punto di riferimento per le diverse nazioni del nostro continente, travagliato dalla più straziante anarchia sotto l’illusione nefasta di arrivare a un “ordine mondiale”.›› Sono parole del 1939. Ma quanto attuali e pregne di senso appaiono tutt’oggi. ( Fine )

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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