Protestare serve

E cosi, alla fine, il governo Draghi si è deciso ad indicare una via d’uscita dal lungo periodo di chiusure sopportato dal popolo italiano. Ovviamente i media ci raccontano che questo è il risultato di analisi scientifiche sui dati, concedendo magari qualcosa alle pressioni di Salvini e della Lega che hanno contribuito a sconfiggere il “partito dei rigoristi” ben presente nella maggioranza di governo.

Ma le cose non stanno così, la svolta del Governo è troppo repentina e radicale per essere stata dettata solo da considerazioni tecniche e parziali spinte politiche. Siamo passati dalla suicida strategia delle “regioni a colori”, dalla settimanale “estrazione a sorte” tra i territori fortunali e quelli condannati, per giungere finalmente ad un percorso temporale ben scandito, al di là della oscillazione settimanale dei dati.

Questa rivoluzione copernicana non si può spiegare solo con logiche interne al Governo, non è credibile l’idea di un Draghi folgorato sulla via di Damasco. La realtà è che la protesta montante delle categorie colpite dal lockdown ha fatto breccia e paura.

Per un lunghissimo tempo quasi tutti gli Italiani sono rimasti ipnotizzati dalla paura e dal balletto dei dati “tecnici”, una pigrizia di fondo, un rimbambimento da poltrona, avevano prevalso. Nessuno scendeva in piazza nonostante i conti in tasca e le prospettive del futuro fossero sempre più drammatici, nessuno si assumeva la responsabilità di sfidare divieti e intimidazioni, di “rischiare il contagio” sempre dietro l’angolo.

Poi sono state le categorie ritenute più marginali a farsi avanti, a cominciare dai coraggiosi “ambulanti”, fino a smuovere i ristoratori e tutto il vasto mondo che campa sul turismo e l’intrattenimento. E l’incantesimo si è rotto, la protesta è esplosa e ha circondato progressivamente i palazzi del potere.

In più, a rendere più preoccupante il quadro per i signori del Palazzo, tanti tricolori e la presenza di molti giovani di destra, ben accolti e anche seguiti dalla folla dei manifestanti. Ovviamente sono scattate subito le solite criminalizzazioni e qualche saluto romano nonché qualche petardo sono stati sufficienti per evocare il solito “pericolo fascista” e la solita terribile Casapound. In realtà in termini di violenza non è successo quasi nulla e se la protesta fosse stata di sinistra si sarebbe parlato della “comprensibile rabbia” dei “giovani manifestanti”. E dà molto fastidio che qualche esponente politico di centrodestra si sia accodato a dare credito a  queste scemenze.

In realtà il mix ha funzionato benissimo: le categorie inferocite al di là del colore politico dei manifestanti, unite alla presenza di militanti sovranisti, con la forza emulativa delle loro manifestazioni, hanno fatto temere il peggio al Governo. E allora, improvvisamente, le pressioni di Salvini e l’opposizione della Meloni sono state prese in considerazione, aprendo una prospettiva seria di liberazione dell’Italia.

Morale della favola: protestare serve. Anche nel tempo dei social e dei talk show la piazza mantiene la sua forza simbolica e politica. D’altra parte sia i social che le televisioni sono state riempite dalle immagini della protesta, soprattutto quella più dura.

Riflettano bene tutti i partiti a vocazione sovranista e anti-sistema: è molto sbagliato seguire la tendenza di smobilitare la militanza e il radicamento territoriale, anche perché così si rischia di lasciare la piazza in mano solo a chi non ha un progetto politico o ai provocatori.

Bisogna credere ancora alla forza che hanno le bandiere al vento, l’urlo scandito della folla, il coraggio dei giovani che scendono in piazza.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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