Recovery plan, riforme, denatalità e mezzogiorno

Cresce in intensità il dibattito sul “recovery fund” anche perché esso rappresenta uno dei punti dirimenti e maggiormente incidenti sulla crisi del governo “Conte Bis”. Cogliamo al volo questa occasione per alcune considerazioni che riprendono quanto già evidenziammo allorché nell’aprile scorso si cominciò a discutere di questo strumento a livello europeo.

Oramai è chiaro e provato che tale erogazione, ancorché elargita “a debito”, è soggetta a condizioni non proprio trascurabili e irrilevanti per il futuro dell’economia e della società italiana.

Oltre che essere legittimamente legato alla “qualità progettuale” dei vari interventi che il governo presenterà all’Unione Europea, l’erogazione di questo “fondo di recupero” è vincolato all’effettuazione di riforme ritenute ineludibili dall’establishment europeo. Si è parlato in questi giorni di riforma delle pensioni, per rendere il sistema italiano “sostenibile”, si è detto; si è parlato della riforma della pubblica amministrazione e della burocrazia perché costi di meno, si è anche accennato ad una riforma del sistema fiscale non finalizzata certamente ad abbassare le tasse riducendone il peso sui risparmi, sui redditi delle famiglie e sugli investimenti.

Come dire ci daranno questi soldi, parte dei quali dovranno comunque essere restituiti, ma “a rate”, man mano che si avvia la realizzazione dei progetti presentati e in pendenza dei vincoli  cui si è testé accennato.

Quali sono i problemi che ne deriveranno e che potrebbero vanificare l’incidenza del piano, di fatto non rilanciando l’economia italiana a dispetto delle tante attese suscitate?

L’erogazione “a rate”, se effettuata a rendicontazione dello speso nei vari stati di avanzamento, costringerà stato e regioni ad anticipazioni di liquidità che forse non potranno permettersi se non a discapito delle uscite relative alla spesa corrente che poi vuol dire sanità, trasporti, formazione, servizi essenziali. A meno che non si vorrà scaricare poi tutto sulle imprese con il rischio del tutto probabile di portarne molte al fallimento. Molte di esse ancora stanno attendendo i pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione di quasi un decennio fà.

Le condizionalità e le riforme. Quando nei dibattiti televisivi si è cercato di comprenderne il profilo e le finalità, è emerso che si rischia una forte e dissanguante cura dimagrante fatta di tagli di redditi, di occupazione e di incremento del peso fiscale.

Riforma della burocrazia non vuol dire taglio dei dipendenti pubblici, come si è inteso si vorrebbe fare, ma sforbiciata delle tante procedure e snellimento degli innumerevoli passaggi burocratici che rendono tali procedure pachidermiche ed asfissianti. Anzi per rendere più efficiente la burocrazia sarebbe essenziale, dopo anni di blocco delle assunzioni, avviare uno strutturale ricambio generazionale anche alla luce delle competenze digitali ritenute in quel settore essenziali ed irrinunciabili.

A questo problema si lega anche quello della così detta riforma del sistema pensionistico per renderlo “più sostenibile”. Come sarebbe possibile dare impulso a questo necessario ricambio generazionale riportando l’età pensionabile a 67 anni più dieci mesi, ritornando di fatto alla riforma “Fornero”? Inoltre, dopo la strage di anziani ultraottantenni che il Covid 19 sta di fatto effettuando e che non è prevedibile si arresti a breve, non si è abbassata in qualche modo l’aspettativa di vita?

Di due temi importantissimi invece non si è parlato affatto a proposito dell’utilizzazione eventuale di queste risorse: del problema della denatalità e dell’inverno demografico, da una parte, e della questione “Mezzogiorno” dall’altra. La forte e sempre più incalzante decrescita demografica rischia conseguenze irrimediabili se non si pone mano ad un serio stato sociale proiettato sulla famiglia, i suoi bisogni e sull’incentivazione alla natalità. Nella bozza di piano, quanto nei dibattiti che ne sono seguiti, non si è fatto cenno a questo rilevante e affatto trascurabile  problema.

E’ diventato un luogo comune l’immagine di un mezzogiorno “sprecone” nel quale ogni investimento sarebbe destinato a costituire una spesa passiva e non vi è nulla di più difficile che vincere i pregiudizi e i luoghi comuni. Un esame più attento dei dati, però, ci dice che nel 2018 a fronte di 841,40 euro di spesa pro-capite di investimento nel centro-nord se ne realizzavano solo 614, 51 nelle regioni meridionali ed insulari. A fronte di 2.532, 79 euro pro-capite spesi complessivamente nella sanità in Lombardia e di 2.141, 73 in Emilia Romagna, se ne sono spesi 1.546, 68 in Calabria, 1593,11 in Campania e 1.681,19 in Basilicata. (Fonte dati CPT)

Nel campo dell’istruzione, nell’anno scolastico 2020-2021, in Lombardia sono stati immessi in ruolo 19.678 insegnanti, in Piemonte 8.908, in Emilia Romagna 7.409, in Campania 4.594, in Calabria 1.667, in Puglia 3.705. Anche in questo settore si registra una forte penalizzazione nel sud che si tramuta in scuole chiuse nei piccoli borghi, in classi-pollaio, in dispersione scolastica. (Fonte MIUR)

Altrettanto può dirsi dell’agricoltura e dell’agroalimentare che costituiscono voci tra le più rilevanti del PIL meridionale e delle quali pure poco o affatto si è parlato.

Si è in pratica del tutto ignorato il potenziale di crescita che rappresenta la realtà meridionale, si è trascurata la straordinaria opportunità di utilizzare questi fondi, che tanto ci costeranno per altri versi, almeno per ridurre il cresciuto divario tra Nord e Sud, operazione questa -lo si è sempre detto salvo poi dimenticarsene in sede concreta- che gioverebbe di molto anche al Nord in termini di aumento della domanda e di ripresa di un mercato interno sempre più asfittico e precario.

Una forza nazionale come Fratelli d’Italia ha il dovere morale di riprendere in mano con forza la bandiera della questione meridionale insistendo con maggiore impulso e determinazione su queste necessità che non è esagerato definire di ordine epocale.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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