Sovranita’, nazione e popolo nel pensiero DI Carlo Costamagna (Prima parte)

Il tema della sovranità “nazionale” e “popolare” è stato declinato in termini assolutamente originali e con inedito spessore di pensiero da Carlo Costamagna (1881 – 1965), il giurista e politologo ligure considerato dai non molti studiosi che gli hanno dedicato saggi ed approfondimenti il “Carl Schmitt italiano”; non a caso egli volle il filosofo tedesco del diritto e della politica come collaboratore della rivista “Lo Stato” facendone conoscere, nell’Italia degli anni ’30, l’opera ed il pensiero.
Al fine di meglio comprendere la politologia di Carlo Costamagna non risulterà inutile accennare ad alcuni elementi biografici di rilievo. Laureato in giurisprudenza all’università di Genova, entrò in magistratura come sostituto procuratore e successivamente consigliere e presidente della Corte di Cassazione. Fu anche Senatore e Deputato del Regno. Entrò a far parte della Commissione dei Diciotto (detta anche Commissione dei Soloni), divenendone segretario e collaborando con Alfredo Rocco e Giuseppe Bottai all’elaborazione delle norme che dovevano delineare la nuova organizzazione dello Stato sul modello corporativo; in particolare fornì un rilevante contributo all’elaborazione e alla redazione della Carta del Lavoro.
Non aderì alla Repubblica Sociale e, nel 1946, partecipò alla fondazione del Movimento Sociale Italiano. Nel 1945 fu colpito dalle leggi sull’epurazione degli ex fascisti e gli furono sottratti sia gli incarichi all’interno della magistratura che nel mondo accademico ed universitario. Nel dopoguerra molto si impegnò nella critica alla Costituzione repubblicana del 1948 battendosi per la repubblica presidenziale. Tra le sue opere di rilievo si ricordano il Manuale di Diritto corporativo italiano (1927), il Corso di Lezioni di storia delle dottrine dello Stato, politiche ed economiche (1930), la Storia e dottrina del Fascismo (1938), gli Elementi di diritto pubblico generale (1943), Che cosa è il marxismo (1949).
Nel pensiero di Carlo Costamagna va distinta la fase “fascista”, nella quale è opportuno astrarre dagli elementi di contingenza storica, oramai datati e non più compatibili con la situazione storica attuale, i numerosi assi dottrinari portanti che ancora oggi possono aiutare a definire coordinate politologiche e giuridiche feconde e stimolanti. Segue poi la più breve, ma non meno intensa, attività di elaborazione culturale e politica degli anni del dopoguerra, ampiamente dedicata ad una serrata e minuziosa critica del partitismo e della partitocrazia e alla prospettazione di un modello di organizzazione dello Stato di tipo presidenzialistico.
Il nodo tematico principale intorno al quale ruota il pensiero di Costamagna è quello del bene comune. Da questo tema discende poi la sua visione di Sovranità tanto nazionale quanto popolare. Per il giurista ligure il “bene comune” è il “contenuto” stesso della politica e dello Stato in quanto soggetto politico principale. La sua visione di “bene comune” nulla ha a che fare con l’interpretazione datane da Jean Jacques Rousseau il quale lo poneva in stretta ed intima correlazione con la volontà generale, concepita come una sorta di “luogo geometrico” delle singole volontà di tutti i singoli cittadini. Né può accettarsi la visione del “bene comune” elaborata dal liberalismo e che Costamagna definisce “aritmetica” poiché secondo tale visione esso coincide con la somma dei “beni” del maggior numero di singoli cittadini. Entrambi i concetti gli appaiono “astratti” e intrisi di una certa dose di “utopismo” ed irrealismo.
Secondo lo studioso di Quiliano una concreta e realistica nozione di “bene comune” vuole che esso risponda a tre caratteristiche essenziali: quella della continuità, secondo cui ‹‹Il bene comune riflette un corpus perenne, che è la “nazione”, serie delle generazioni, mentre il bene dell’individuo si esaurisce con la breve vita di lui››. Vi è poi l’aspetto della complessità in quanto ‹‹La Nazione non è solo un corpus perenne, ma altresì un corpus complexum››, cioè l’insieme complesso di interessi vari, di convenienze e necessità di diversa configurazione, di molteplici “utilità” ed ognuna di esse implica una propria, singola specificazione di “bene”. Infine si riscontra la proprietà dell’unitarietà di questo concetto, utile anche a meglio definire il ruolo essenziale dello Stato che è quello di ‹‹ridurre all’unità la eterogeneità sociale›› di ricondurre a sintesi le diverse tendenze e le variegate aspirazioni degli interessi, dei corpi sociali, dei soggetti intermedi che compongono il tessuto sociale. Questa unità del bene comune consiste nel determinare e creare ‹‹quella vita superiore alla vita individuale che possiamo indicare come “vita nazionale” o “vita sociale integrale”, concepita e intesa nel senso cosciente di una “umanità nazionale”››.
Inoltre Costamagna chiarisce che il “bene comune” ha un carattere di trascendenza rispetto al bene dei singoli e questo carattere di “trascendenza” non può essere confuso con quello di “soprannaturale” poiché ‹‹Il primo è argomento della scienza dello Stato, il secondo della religione.››. Ciò non vuol dire che esiste una separazione netta e profonda, uno iato “machiavellico” tra politica e religione, come non esiste tra terra e cielo, vita mondana e vita “spirituale”. ‹‹Ed occorre, soprattutto, una positiva consapevolezza della reciproca interferenza in cui versano i fenomeni della religione e quelli dello Stato, tenuto conto, come avvertiva Vico, che “la religione unicamente è efficace a farci virtuosamente operare, perché la filosofia è piuttosto buona per ragionare”››.
Ad una visione di tale profondità del “bene comune” si lega l’idea di “Nazione” del nostro “Carl Schmitt”. Per lui vi è una sostanziale ed “essenziale” coincidenza tra “nazione” e “popolo” e ad entrambi questi concetti si lega quello dello Stato e la funzione del “politico”. ‹‹Un popolo acquista e mantiene la sua identità di nazione solo a costo di un esercizio costante della volontà che si esplica nel travaglio politico del suo Stato. E quando questo Stato soccombe, la nazione muore, e quel popolo si scioglie e i suoi atomi individuali si incorporano, volenti o nolenti, in altre personalità politiche, lasciandovi tutt’al più vaghe tracce di “nazionalità” in alcune masse demografiche.›› Quanto attuale e profetica risuona tale espressione di Costamagna per noi coinvolti ed inseriti nella terribile temperie storico-culturale del “mondialismo”.
Dalla sostanziale identità che si registra tra “nazione” e “popolo” consegue che non vi è “sovranità nazionale” senza “sovranità popolare” e che entrambe hanno bisogno del libero esercizio di una “sovranità politica” che non può essere se non quella dello Stato. All’uopo Costamagna immagina un’organizzazione dello Stato ed una forma di rappresentanza di tipo “corporativo”, cioè come un insieme organico e sistematico di corpi intermedi che si relazionano tra di loro gerarchicamente, secondo una scala di priorità determinata dal perseguimento del “bene comune”. Questo tipo di organizzazione si differenzia nettamente sia dalla concezione dello stato liberaldemocratico che da quella marxista e pone la necessità di un ruolo ordinatore e di sovrintendenza dello Stato in casmpo economico che egli molto accosta alla Dottrina sociale della Chiesa: ‹‹Precisamente, all’utopia di una economia mondiale fondata sull’incondizionata concorrenza individuale e sulla indipendenza assoluta della proprietà, le rivoluzioni nazionali e popolari contrappongono il principio dell’unità economica dello Stato. […] In questo punto la concezione politico-nazionale dell’economia coincide colla veduta della dottrina cattolica espressa nella Enciclica Quadrigesimo Anno››.
Nel dopoguerra Carlo Costamagna, anche per fornire un quadro dottrinario ed ideale al Movimento Sociale Italiano, riprese la sua attività di pensatore e “scienziato della politica” con l’intendimento di trovare una sintesi efficace tra l’essenziale e perenne necessità di custodire l’unitarietà dello stato, di tutelare l’indipendenza nazionale come presupposto per esercitare la sovranità della nazione e del popolo italiano, da una parte, e le forme contemporanee di rappresentanza politica dall’altra. Da una serrata critica al parlamentarismo della costituzione del 1948, inteso quale “foglia di fico” per nascondere il “partitismo sfrenato” che di lì a qualche lustro avrebbe, secondo lui, determinato la rovina della nazione e sottratto al popolo italiano e allo Stato l’arma essenziale della “decisione” per poter esercitare la sua “sovranità”, egli derivò la proposta di una Repubblica presidenziale che restituisse “verticalità” al processo politico e decisionale, che evitasse la mediazione parassitaria della volontà popolare da parte dei partiti e di un parlamento “schiavo” dei partiti. Alla camera di rappresentanza prettamente politica, inoltre doveva essere giustapposta una camera che rappresentasse il mondo della produzione, delle arti, della scienza e della cultura. Su questa lunghezza d’onda, in quegli anni, si muovevano anche giuristi, intellettuali e politici “antifascisti” come Randolfo Pacciardi, Edgardo Sogno, Giuseppe Maranini, Mario Vinciguerra, Rocco Montano, Panfilo Gentile e Piero Operti.
Soprattutto all’origine dell’attuale costituzione vi, era secondo Costamagna, un radicale e consistente difetto di legittimazione popolare: ‹‹Lo stesso progetto della Costituzione che pure ammette il referendum sulla materia legislativa ordinaria, e dello Stato e delle regioni, lo ha in modo tassativo escluso per l’atto costituzionale, prevedendone la promulgazione da parte del Capo provvisorio dello Stato, entro cinque giorni dalla sua approvazione da parte dell’assemblea costituente […] Non occorre essere feticisti della sovranità popolare per capire che la democrazia tipo, la “vera” democrazia, la democrazia “pura”, sarebbe soltanto quella diretta e che essa troverebbe ragioni di manifestarsi soprattutto sull’atto di fondazione dello Stato››.
Per il giurista (oramai divenuto a pieno diritto politologo) la lotta per una rifondazione effettiva dello Stato, al di fuori di ogni reminiscenza dello Statuto albertino e della così detta “democrazia classica”, si definiva anche come lotta tesa ad impedire la disgregazione nazionale che la previsione delle regioni, così come la latenza di uno strisciante sindacal-classismo, potevano ingenerare.
Questa intuizione non ha tardato a concretizzarsi e ad inverarsi con il passaggio dalla Prima Repubblica, dominata dal partitismo e dalla partitocrazia, a questa forma ibrida ed impaludata di repubblica né parlamentare, né presidenziale, che non ha un assetto elettorale definitivamente maggioritario o proporzionale, che è la Seconda Repubblica del disgregante federalismo regionalistico, sancito con la riforma del “Titolo V” da una risicata maggioranza politica, alla vigilia dello scioglimento della camere e delle nuove elezioni, ancora una volta senza legittimazione popolare. La pandemia ha fatto venir fuori le criticità di questo assai precario assetto statuale e dato concretezza ai presagi di Costamagna. Se non altro per questo, la sua opera dovrebbe essere oggetto di approfondimento, di nuovi e fecondi studi, di un più incisivo reinserimento nel “Pantheon” delle idee e delle culture della Destra italiana.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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