Il mondo di Tolkien, metafora dell’Europa delle nazioni e dei popoli

Uno dei più grandi storici italiani del dopoguerra, Federico Chabod, allievo di Gioacchino Volpe, ha scritto due saggi “L’Idea di Nazione” (1967) e “Storia dell’Idea di Europa” (1961). In queste opere, che andrebbero rilette alla luce degli eventi di questo tempo, lo storico delinea un binario culturale e metapolitico che le due “idee”, apparentemente antitetiche ed in stridente contraddizione, possono percorrere insieme evitando traumatiche e accidentali collisioni. Lo stesso Chabod coniò l’espressione “Europa dei Popoli”, poi ripresa e ridefinita da Charles De Gaulle in “Europa delle Nazioni”.

Il fatto che a distanza di 60 anni dacché iniziarono i primi negoziati per l’Europa unita, si sia ben lontani ancora dal realizzare quell’obiettivo, di per sé, è una dimostrazione che la via percorsa, quella della demonizzazione delle varietà nazionali nonché della continua sottrazione di sovranità agli Stati membri, era una via sbagliata e che occorre assolutamente abbandonare. Si diceva qualche tempo fa che l’Europa fosse un nano politico ed un gigante economico; adesso essa si trova nella condizione ancora di un maggior nanismo politico e di esser divenuto un gigante economico in decomposizione e declino, prossimo ad uno sfacelo se si dovesse continuare a percorrere questo itinerario.

Se si voleva una prova concreta di quanto poco conti l’Europa, anzi di come essa sia divenuta una sorta di mummia ideologica impotente e dormiente, la guerra tra Ucraina e Russia ce lo sta dimostrando largamente. Ha affermato Maurizio Belpietro in un fondo de “La Verità” del 22 aprile scorso: ‹‹Tuttavia, oltre a muoversi a rilento e senza unità d’intenti, l’Europa nella prima guerra che sconvolge il vecchio continente dopo quasi ottant’anni di pace, procede al traino altrui, senza cioè avere una sua autonomia strategica››.  Sullo stesso giornale Claudio Risé ha rilevato che, all’epoca dell’incidente della “Baia dei Porci” a Cuba, gli statisti Europei De Gaulle e Adenauer furono ben più reattivi e non consentirono che i loro rispettivi paesi fossero coinvolti nella maldestra operazione americana che stava portando ad una nuova guerra mondiale.

Quale potrebbe essere un cammino più sicuro e fruttuoso per ricostruire una più utile e incisiva “unità Europea”? Sarà possibile inoltre coniugare questa “unità Europea” con un sostanziale rispetto della sovranità nazionale dei singoli Stati europei e delle loro identità? Se si vogliono evitare nuovi e più disastrosi fallimenti proprio queste devono essere le coordinate fondamentali per la nuova via da intraprendere.

Nella cultura europea esiste una lunga e ricca serie di riferimenti letterari, talvolta dal carattere mitico e leggendario, talaltra dalla connotazione più specificatamente letteraria ed affabulatoria, che possono meglio chiarire e definire queste coordinate. Uno di questi è senz’altro l’epopea della Compagnia dell’Anello nel capolavoro tolkeniano. Chiariamo: le letture sociologiche e storicistiche del Signore degli Anelli lasciano il tempo che trovano. Diceva infatti Quirino Principe, uno, se non il miglior traduttore della saga tolkeniana:‹‹Il lascito tolkeniano non si adatta ad alcuna esegesi critica di natura storicistica, sociologica, religiosa, né a un qualsiasi inquadramento nella storia degli stili. È un lascito, per così dire, metastorico, e perciò anche, sia detto in modo definitivo, metapolitico.››

Proprio per non far torto al carattere “metapolitico” dei capolavori del filologo oxoniense, diciamo che l’intera e complessiva vicenda della Compagnia dell’Anello nella lotta contro Saruman e Sauron rappresenta una significativa metafora, utile a contrassegnare il tenore ed il carattere fondante che deve connotare le relazioni tra le nazioni europee lungo la strada che dovrà portare ad una rinnovata forma di unione.

I mitici luoghi in cui Tolkien ambientò i suoi romanzi appaiono tutti contraddistinti da un’estrema varietà paesaggistica, fatta di laghi, fiumi e mari, di foreste, paludi e vallate, di monti, colline e pianure, di cieli brumosi e grigi o tersi di azzurro turchese e di firmamenti densamente punteggiati di astri e stelle splendenti. Egli arrivò persino a disegnare le carte geografiche di questi luoghi di ambientazione e ciò che risalta, tanto dalle descrizioni quanto dalle cartine, è che si tratta di un paesaggio complesso e composito più tipico di un continente che non di un singolo stato. Al di là del sostanziale carattere metastorico, e quindi “metageografico”, di quest’opera, non è peregrino vedervi un’implicita e mitopoietica descrizione del continente europeo.

Questi luoghi sono abitati da genti e popoli diversi, di cultura, usi e tradizioni fortemente differenziati e affatto omologati. Ci sono gli Elfi, i Nani, gli Uomini, gli Hobbit e gli Ent. Tra loro non sempre vi è stata pace e serena, quasi irenistica, convivenza. Ci sono stati conflitti, rivalità, anche guerre all’interno di una singola comunità, come quella degli Uomini. Essi parlano anche idiomi diversi: gli Elfi del Beleriand parlano il sindarin, quelli di Valinor usano il Quenya, gli Ent, il prolisso Entese, per capirsi però hanno un “volgare comune” che è l’ovestron.

Sostiene Alberto Lombardo: ‹‹In estrema sintesi, a me pare che la Compagnia tolkeniana non sia un’unione comunistica, nella quale le singole personalità si fondono […]. In essa nessuno perde la sua precisa identità e il suo preciso ruolo, anche letterario, ma viceversa è per il tramite della Compagnia stessa che matura e vive la sua avventura vera e propria, che combatte, cioè, la sua Grande Guerra Santa››.

Quando Iluvatar (il Dio creatore di tutti questi esseri) creò il mondo, volle che esso fosse segnato dalla varietà non dall’omologazione. Infatti questo atto veniva rappresentato  con l’esecuzione di una musica in cui ogni Ainur (figure angeliche) interpretasse in armonia con gli altri un proprio ruolo ed un proprio spartito: ‹‹Del tema che vi ho esposto, io voglio che voi adesso facciate, in congiunta armonia, una Grande Musica. E poiché vi ho acceso la Fiamma Imperitura, voi esibirete i vostri poteri nell’adornare il tema stesso, ciascuno con i propri pensieri e artefici, dove lo desideri. Io invece siederò in ascolto, contento del fatto che tramite vostro una grande bellezza sia ridesta in canto.››

L’Ainur Melkor però ribellandosi, esegue il tema discostandosi da esso e connotandolo di note dissonanti e disarmoniche. Da questa dissonanza deriva poi la “caduta” del mondo e la contrapposizione a Sauron. In questa visione vi è una potente sintesi tra “Libertà” e “Autorità”, tra varietà e unità. ‹‹Un senso che, tra i tanti, sarebbe possibile derivare dalla “fabula” del cattedratico oxoniense è che un risvolto della lotta tra Bene e Male è costituito dal perenne conflitto tra varietà ed uniformità, tra differenziato ed omologato, tra organica unione del vario ed appiattimento unilaterale verso il basso›› ha scritto l’autore di queste riflessioni in un saggio del 2003.

Dall’altra parte invece gli Orchi al servizio di Sauron sembrano caratterizzati da una spaventosa e tenebrosa uniformità. Essi formano schiere massificate di esseri privi di personalità e dominati in maniera tirannica dal potere di Saruman e di Sauron. Si distinguono solo per le loro dimensioni fisiche, sono nudi e la loro carnagione rugosa e raggrinzita è uniformata dal colore delle tenebre.

Pur con le loro considerevoli differenze Elfi, Uomini, Hobbit, Nani ed Ent riescono, non senza difficoltà talvolta apparentemente insuperabili, a trovare unità di intenti e a fare “comunità” per un fine superiore: la distruzione dell’anello e la vittoria contro il potere di Sauron. Ecco questo è ciò che devono fare le varie Nazioni europee: unirsi senza rinunciare alle rispettive differenze nel segno di una missione comune sullo scenario globale e planetario, alimentando questa “unità nella varietà” con le antiche radici comuni che affondano le loro propaggini più profonde e ramificate in un terreno di cultura ancora tutto da coltivare e rendere fertile.

Quando un cavaliere chiede ad Aragorn come un uomo potesse assumere decisioni in un’epoca  così oscura come quella in cui vivevano, il futuro Re risponde: ‹‹Come ha sempre fatto, il bene e il male sono rimasti immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, i Nani e per gli Uomini. Tocca ad ognuno di noi discernerli, tanto nel Bosco d’Oro quanto nella propria dimora››.

Tolkien, nel 1958, tenne una conferenza in un club letterario olandese alla conclusione della quale poté affermare: ‹‹Sono passati 20 anni da quando ho cominciato a completare la storia dei nostri riveriti Hobbit della Terza Età. Guardo ad Est, ad Ovest, a Nord e a Sud e non vedo Sauron (il Principe del Male n.d.r.) ma vedo che Saruman (il mago collega di Gandalf dedito al male n.d.r.) ha molti discendenti. Noi hobbit non abbiamo contro di loro alcuna arma magica. E tuttavia miei gentili Hobbit, brindo a voi rivolgendovi questo augurio: agli Hobbit! Possano sopravvivere ai Saruman e vedere di nuovo la primavera tra gli alberi.››

Leonardo Giordano

Uno dei più grandi storici italiani del dopoguerra, Federico Chabod, allievo di Gioacchino Volpe, ha scritto due saggi “L’Idea di Nazione” (1967) e “Storia dell’Idea di Europa” (1961). In queste opere, che andrebbero rilette alla luce degli eventi di questo tempo, lo storico delinea un binario culturale e metapolitico che le due “idee”, apparentemente antitetiche ed in stridente contraddizione, possono percorrere insieme evitando traumatiche e accidentali collisioni. Lo stesso Chabod coniò l’espressione “Europa dei Popoli”, poi ripresa e ridefinita da Charles De Gaulle in “Europa delle Nazioni”.

Il fatto che a distanza di 60 anni dacché iniziarono i primi negoziati per l’Europa unita, si sia ben lontani ancora dal realizzare quell’obiettivo, di per sé, è una dimostrazione che la via percorsa, quella della demonizzazione delle varietà nazionali nonché della continua sottrazione di sovranità agli Stati membri, era una via sbagliata e che occorre assolutamente abbandonare. Si diceva qualche tempo fa che l’Europa fosse un nano politico ed un gigante economico; adesso essa si trova nella condizione ancora di un maggior nanismo politico e di esser divenuto un gigante economico in decomposizione e declino, prossimo ad uno sfacelo se si dovesse continuare a percorrere questo itinerario.

Se si voleva una prova concreta di quanto poco conti l’Europa, anzi di come essa sia divenuta una sorta di mummia ideologica impotente e dormiente, la guerra tra Ucraina e Russia ce lo sta dimostrando largamente. Ha affermato Maurizio Belpietro in un fondo de “La Verità” del 22 aprile scorso: ‹‹Tuttavia, oltre a muoversi a rilento e senza unità d’intenti, l’Europa nella prima guerra che sconvolge il vecchio continente dopo quasi ottant’anni di pace, procede al traino altrui, senza cioè avere una sua autonomia strategica››.  Sullo stesso giornale Claudio Risé ha rilevato che, all’epoca dell’incidente della “Baia dei Porci” a Cuba, gli statisti Europei De Gaulle e Adenauer furono ben più reattivi e non consentirono che i loro rispettivi paesi fossero coinvolti nella maldestra operazione americana che stava portando ad una nuova guerra mondiale.

Quale potrebbe essere un cammino più sicuro e fruttuoso per ricostruire una più utile e incisiva “unità Europea”? Sarà possibile inoltre coniugare questa “unità Europea” con un sostanziale rispetto della sovranità nazionale dei singoli Stati europei e delle loro identità? Se si vogliono evitare nuovi e più disastrosi fallimenti proprio queste devono essere le coordinate fondamentali per la nuova via da intraprendere.

Nella cultura europea esiste una lunga e ricca serie di riferimenti letterari, talvolta dal carattere mitico e leggendario, talaltra dalla connotazione più specificatamente letteraria ed affabulatoria, che possono meglio chiarire e definire queste coordinate. Uno di questi è senz’altro l’epopea della Compagnia dell’Anello nel capolavoro tolkeniano. Chiariamo: le letture sociologiche e storicistiche del Signore degli Anelli lasciano il tempo che trovano. Diceva infatti Quirino Principe, uno, se non il miglior traduttore della saga tolkeniana:‹‹Il lascito tolkeniano non si adatta ad alcuna esegesi critica di natura storicistica, sociologica, religiosa, né a un qualsiasi inquadramento nella storia degli stili. È un lascito, per così dire, metastorico, e perciò anche, sia detto in modo definitivo, metapolitico.››

Proprio per non far torto al carattere “metapolitico” dei capolavori del filologo oxoniense, diciamo che l’intera e complessiva vicenda della Compagnia dell’Anello nella lotta contro Saruman e Sauron rappresenta una significativa metafora, utile a contrassegnare il tenore ed il carattere fondante che deve connotare le relazioni tra le nazioni europee lungo la strada che dovrà portare ad una rinnovata forma di unione.

I mitici luoghi in cui Tolkien ambientò i suoi romanzi appaiono tutti contraddistinti da un’estrema varietà paesaggistica, fatta di laghi, fiumi e mari, di foreste, paludi e vallate, di monti, colline e pianure, di cieli brumosi e grigi o tersi di azzurro turchese e di firmamenti densamente punteggiati di astri e stelle splendenti. Egli arrivò persino a disegnare le carte geografiche di questi luoghi di ambientazione e ciò che risalta, tanto dalle descrizioni quanto dalle cartine, è che si tratta di un paesaggio complesso e composito più tipico di un continente che non di un singolo stato. Al di là del sostanziale carattere metastorico, e quindi “metageografico”, di quest’opera, non è peregrino vedervi un’implicita e mitopoietica descrizione del continente europeo.

Questi luoghi sono abitati da genti e popoli diversi, di cultura, usi e tradizioni fortemente differenziati e affatto omologati. Ci sono gli Elfi, i Nani, gli Uomini, gli Hobbit e gli Ent. Tra loro non sempre vi è stata pace e serena, quasi irenistica, convivenza. Ci sono stati conflitti, rivalità, anche guerre all’interno di una singola comunità, come quella degli Uomini. Essi parlano anche idiomi diversi: gli Elfi del Beleriand parlano il sindarin, quelli di Valinor usano il Quenya, gli Ent, il prolisso Entese, per capirsi però hanno un “volgare comune” che è l’ovestron.

Sostiene Alberto Lombardo: ‹‹In estrema sintesi, a me pare che la Compagnia tolkeniana non sia un’unione comunistica, nella quale le singole personalità si fondono […]. In essa nessuno perde la sua precisa identità e il suo preciso ruolo, anche letterario, ma viceversa è per il tramite della Compagnia stessa che matura e vive la sua avventura vera e propria, che combatte, cioè, la sua Grande Guerra Santa››.

Quando Iluvatar (il Dio creatore di tutti questi esseri) creò il mondo, volle che esso fosse segnato dalla varietà non dall’omologazione. Infatti questo atto veniva rappresentato  con l’esecuzione di una musica in cui ogni Ainur (figure angeliche) interpretasse in armonia con gli altri un proprio ruolo ed un proprio spartito: ‹‹Del tema che vi ho esposto, io voglio che voi adesso facciate, in congiunta armonia, una Grande Musica. E poiché vi ho acceso la Fiamma Imperitura, voi esibirete i vostri poteri nell’adornare il tema stesso, ciascuno con i propri pensieri e artefici, dove lo desideri. Io invece siederò in ascolto, contento del fatto che tramite vostro una grande bellezza sia ridesta in canto.››

L’Ainur Melkor però ribellandosi, esegue il tema discostandosi da esso e connotandolo di note dissonanti e disarmoniche. Da questa dissonanza deriva poi la “caduta” del mondo e la contrapposizione a Sauron. In questa visione vi è una potente sintesi tra “Libertà” e “Autorità”, tra varietà e unità. ‹‹Un senso che, tra i tanti, sarebbe possibile derivare dalla “fabula” del cattedratico oxoniense è che un risvolto della lotta tra Bene e Male è costituito dal perenne conflitto tra varietà ed uniformità, tra differenziato ed omologato, tra organica unione del vario ed appiattimento unilaterale verso il basso›› ha scritto l’autore di queste riflessioni in un saggio del 2003.

Dall’altra parte invece gli Orchi al servizio di Sauron sembrano caratterizzati da una spaventosa e tenebrosa uniformità. Essi formano schiere massificate di esseri privi di personalità e dominati in maniera tirannica dal potere di Saruman e di Sauron. Si distinguono solo per le loro dimensioni fisiche, sono nudi e la loro carnagione rugosa e raggrinzita è uniformata dal colore delle tenebre.

Pur con le loro considerevoli differenze Elfi, Uomini, Hobbit, Nani ed Ent riescono, non senza difficoltà talvolta apparentemente insuperabili, a trovare unità di intenti e a fare “comunità” per un fine superiore: la distruzione dell’anello e la vittoria contro il potere di Sauron. Ecco questo è ciò che devono fare le varie Nazioni europee: unirsi senza rinunciare alle rispettive differenze nel segno di una missione comune sullo scenario globale e planetario, alimentando questa “unità nella varietà” con le antiche radici comuni che affondano le loro propaggini più profonde e ramificate in un terreno di cultura ancora tutto da coltivare e rendere fertile.

Quando un cavaliere chiede ad Aragorn come un uomo potesse assumere decisioni in un’epoca  così oscura come quella in cui vivevano, il futuro Re risponde: ‹‹Come ha sempre fatto, il bene e il male sono rimasti immutati da sempre, e il loro significato è il medesimo per gli Elfi, i Nani e per gli Uomini. Tocca ad ognuno di noi discernerli, tanto nel Bosco d’Oro quanto nella propria dimora››.

Tolkien, nel 1958, tenne una conferenza in un club letterario olandese alla conclusione della quale poté affermare: ‹‹Sono passati 20 anni da quando ho cominciato a completare la storia dei nostri riveriti Hobbit della Terza Età. Guardo ad Est, ad Ovest, a Nord e a Sud e non vedo Sauron (il Principe del Male n.d.r.) ma vedo che Saruman (il mago collega di Gandalf dedito al male n.d.r.) ha molti discendenti. Noi hobbit non abbiamo contro di loro alcuna arma magica. E tuttavia miei gentili Hobbit, brindo a voi rivolgendovi questo augurio: agli Hobbit! Possano sopravvivere ai Saruman e vedere di nuovo la primavera tra gli alberi.››

 

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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