Il tema della sovranità energetica torna di attualità.

La guerra tra Russia ed Ucraina ha fatto tornare di attualità il tema dell’indipendenza e della sovranità energetica, tema, in verità, trascurato e negletto per decenni; secondo alcuni, dai tempi di Enrico Mattei. Nel 2006, in occasione del centenario della nascita del manager marchigiano, l’università di Ferrara organizzò un convegno e, all’apertura, il saluto del sindaco Gaetano Sateriale conteneva un’osservazione estremamente attuale e che potremmo ritenere adatta a comprendere le ragioni dell’odierna crisi.

‹‹Mattei si è inventato qualcosa che ancora in Italia non abbiamo, cioè la politica energetica. Si è reso conto che per avere una politica ideocentrica non subalterna, bisognava tentare di forzare il blocco delle grandi Compagnie petrolifere americane, bisognava costruire rapporti nuovi, alternativi con i Paesi produttori visto che gli scavi del sottosuolo in Italia, per quanto esaltati, non davano una risposta al bisogno energetico del Paese. Insomma in questo c’è davvero tutta la contemporaneità di Mattei, uomo di industria da un lato e uomo politico dall’altro.››

Dopo la tragica, e ancora poco chiara, fine di Mattei, il processo che egli aveva avviato con l’intendimento di “costruire” l’indipendenza energetica italiana, parlando già da allora di “diversificazione” delle fonti, si è interrotto con le successive gestioni dell’Eni e non è mai stato più riavviato con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Proprio in nome della “diversificazione” egli intuì l’importanza del gas quando tutti si affannavano a cercare petrolio e ne fece la leva energetica per promuovere il boom economico degli anni ’50 e ’60. Proprio in nome della diversificazione egli costruì a Latina, nel biennio 1956 – 1958, la prima centrale nucleare italiana scegliendo la tecnologia considerata allora più avanzata, proprio per questa esigenza di emancipare il Paese da subalterne e insidiose dipendenze, aveva intessuto rapporti con i vari paesi produttori a 360 gradi: dall’Iran all’Algeria, dal Marocco ad Israele, dall’Egitto alla stessa Unione Sovietica e alla stessa Cina.

Nessuno di questi Paesi doveva possedere nelle proprie mani una quota tale del nostro fabbisogno energetico che non potesse risultare agevolmente ricambiabile e sostituibile, minacciando di chiudere i rubinetti del greggio, del gas o di altri combustibili e così attivando una sorta di ricatto cui prima o poi si doveva cedere. Nico Perrone, uno dei biografi più convinti dell’importanza che il Capo dell’Eni ebbe per la sovranità energetica italiana, ha espresso questo giudizio sulla sua opera: ‹‹ Un italiano, Mattei, che nel dopoguerra aveva preso a cuore l’affermazione economica del suo paese e con essa l’affermazione dell’identità italiana ch’era stata gravemente compromessa dalla sconfitta nella seconda guerra mondiale e dal prevalere degli interessi dei vincitori, i quali, nel campo petrolifero e delle materie prime, avrebbero voluto tenere il nostro paese in una lunga condizione di sudditanza: come accade di norma agli sconfitti.››

Cosa c’era stato alla base dei successi di Mattei oltre la sua abilità manageriale, il suo carisma personale, la sua competenza (costruita negli anni) in tema di idrocarburi e di energia? Lo ha rivelato il sindaco Sateriale a conclusione dell’osservazione che abbiamo citato. Egli fu “uomo di industria” e “uomo politico” al tempo stesso e perciò non si limitò a dirigere l’Eni da semplice manager, mirando magari solo al profitto, alle quotazioni di borsa, ai dividendi degli azionisti, come le capita da qualche decennio a questa parte. Egli aveva quella che oggi si definisce “visione” del futuro energetico dell’Italia e l’Eni era uno strumento per conseguire le finalità e le mete di questa “visione”.

Andrew Shonfield, uno studioso americano delle relazioni tra imprese pubbliche e politica nell’Italia del dopoguerra, sosteneva nel 1967: ‹‹Sembra oggi che i capi delle grandi imprese pubbliche operino spesso con una libertà di decisione anche più grande di quella di cui dispongono, in media, i capi delle grandi imprese private. Ma pochi di essi hanno portato il metodo del comando personale fino al punto in cui Mattei lo portò entro l’Eni. Egli sembrava seguire il principio del condottiero: gli era stato dato un feudo ed egli considerò suo dovere quello di allargare il suo potere e di estenderlo dovunque fosse possibile; e tanto meglio se ciò avveniva a spese dei propri rivali.››

Al di là della connotazione negativa che Shonfield dava all’allargamento e all’estensione del potere da parte del Capo dell’Eni, egli coglieva un elemento essenziale. La questione della sovranità energetica è questione così importante per la vita di una nazione che non può essere affidata a semplici, per quanto capaci, amministratori o manager pubblici. Essa necessita di figure in possesso di una “visione” politica, compenetrati di un certo spirito di missione, che vedano nel profitto dell’azienda non lo scopo ultimo ma qualcosa che appartiene ancora al dominio dei mezzi, anche se utile a perseguire meglio il fine ultimo che è rendere il Paese svincolato dai pesanti condizionamenti dei Paesi che posseggono abbondanti fonti energetiche.

In altri termini vi era, e vi è tuttora bisogno, di una politica estera energetica condotta in parallelo rispetto alla politica estera ufficiale, e che di essa fosse incaricato fiduciariamente una sorta di plenipotenziario con ampi margini di autonomia, non un manager strictu sensu. Una prova di come ci fosse necessità di una figura che Shonfiled paragonava a quella del “condottiero”? Nel 1957 Mattei siglò con il primo ministro libico Mustafa Ben Halim il contratto preliminare per una concessione nel Fezzan a confine con l’Algeria. Gli americani inviarono a Tripoli una delegazione capeggiata da James Richards che intervenne su Re Idris e due ore prima della sottoscrizione del contratto definitivo l’accordo saltò, previo licenziamento del Primo Ministro Halim avvenuto una settimana prima. Così egli commentò l’accaduto: ‹‹Il nostro paese è affamato di fonti di energia. C’è bisogno che ci facciano largo. Invece si sono divisi la Libia in undici società americane e due inglesi. Ognuna ha preso un territorio che è più vasto della valle Padana, mentre per noi non c’era posto, noi siamo stati messi fuori››

Il Capo dell’Eni si prese una rivincita su questo “sgarbo” quando, dopo aver stretto ottimi legami con l’Algeria, ottenne una concessione in un’area limitrofa a quella libica, nel Fezzan algerino, e l’Eni fece scavare un pozzo in obliquo, in grado di attingere al medesimo giacimento. Come dire: ‹‹A delinquente, delinquente e mezzo››.  Questa operazione, assai temeraria e non pienamente rispondente ai protocolli dell’epoca, fu possibile perché la figura del Capo dell’Eni riassumeva nelle proprie mani i poteri del manager e quelli del Capo politico. Alberto Clò lo definì il “Francis Drake italiano”, cioè un corsaro nel tempestoso oceano del mercato petrolifero e quindi a suo modo un “condottiero”. L’americano Paul Frankel, esperto di questioni petrolifere, e in varie occasioni consulente personale del manager marchigiano, così descrisse la sua “forza”: ‹‹Ciò che soprattutto fece sentire alla gente che “quel Mattei” possedeva un nuovo tipo di forza travolgente fu la sua abilità nell’impersonare contemporaneamente la parte di David che lotta contro Golia e quella di San Giorgio che abbatte il drago››.

Per quanto fosse ritenuto un esponente tra i più abili ed accorti dell’Oil Nationalism (Nazionalismo petrolifero), Mattei ebbe anche una visione euromediterranea che si opponeva a quella euroatlantica. Si espresse a favore della Ced (la Comunità di difesa europea), anche per l’influenza che su di lui ebbe De Gasperi, affermando: ‹‹All’Italia preme ed interessa la sollecita ratifica di questa organizzazione difensiva non solo perché essa è stata, soprattutto per la lungimiranza di De Gasperi, all’avanguardia  nel programma dell’Unione Europea, ma perché la nostra è la nazione dell’Europa occidentale più di ogni altra esposta all’insidia comunista, come è riprovato dal fatto che il maggior partito politico comunista dopo quello dell’URSS è quello italiano.››

Queste affermazioni vanno interpretate non solo in senso anticomunista, bensì anche come forte convinzione, da parte di Mattei, che non ci si poteva affrancare dalla dipendenza energetica esercitata dalle grandi Compagnie petrolifere anglo-americane senza uno strumento militare che segnasse l’affrancazione dalla Nato e dall’interessata tutela atlantica.

Sul piano della sua opera di manager e Capo dell’Eni egli diede prova di credere in un assetto euromediterraneo allorché iniziò ad attivarsi per la costruzione di un oleodotto che collegasse il Medio Oriente con l’Italia e, attraversando le Alpi e la Svizzera, giungesse fino a Ingolstadt, in Baviera, al confine tra Austria e Germania, nel cuore dell’Europa.

In un’intervista alla televisione tedesca, all’intervistatore che gli chiedeva quali fossero state le ragioni per cui avesse, con l’Eni, iniziato questa costruzione egli replicò: ‹‹Prima di tutto perché non ci aveva pensato nessuno ed è di questo problema che noi ci siamo preoccupati prima di tutto in Italia, perché bisogna pensare che sia l’Italia come la Baviera, cioè la Germania meridionale, sono lontane dalle fonti di approvvigionamento, cioè dal carbone. Non hanno seguito con la stessa rapidità l’industrializzazione che si è verificata nelle zone vicine ai bacini carboniferi […] E io feci il calcolo e vidi che con gli stessi soldi con cui si portava il petrolio dal Medio Oriente ai porti della Germania occidentale, il petrolio poteva essere portato nel centro della Germania.[…] Questo accordo portava certamente  degli enormi vantaggi alla Germania del Sud perché noi porteremo il mare, cioè il porto di Genova, in Baviera, allacciandola con l’oleodotto››.

Diceva un vecchio conduttore televisivo: ‹‹Una domanda viene spontanea››: abbiamo avuto in Italia, dopo la morte di Mattei, un altro leader nel campo dell’approvvigionamento energetico del suo calibro? Con quella capacità di visione? Perché la sua Eni fu, dopo la morte, ridimensionata nella sua missione originaria e trasformata nell’ ‹‹Ottava sorella››, piuttosto che proseguire con la mission di porla al servizio dell’interesse nazionale, perseguendo la finalità della sovranità energetica e della fornitura al consumatore italiano di combustibile a prezzi non esosi e non fissati dal cartello internazionale delle “Sette sorelle”?

Alla luce di ciò che sta avvenendo in queste settimane, la risposta a questi interrogativi appare scontata.

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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