Usa – Cina: un nuovo bipolarismo per il governo del pianeta.

Ciò che sta accadendo sullo scacchiere geopolitico globale da qualche mese a questa parte è un’ulteriore dimostrazione che al “bipolarismo” geopolitico Usa – Urss, che aveva caratterizzato gli equilibri mondiali prima di Gorbaciov e della caduta del Muro di Berlino, si è definitivamente sostituito un nuovo ed aggiornato assetto bipolare: quello rappresentato dalla più recente dialettica geopolitica tra Usa e Cina.

La Cina sta accrescendo la sua capacità di influenza oggi, di egemonia domani, nel continente africano sulla base di una scaltra politica dello scambio: dare di più di ciò che finora abbia dato il così detto Occidente ad influenza americana ai Paesi africani in cambio di risorse energetiche, di basi militari, assoggettamento economico (con l’indebitamento) e influenza politica. Così la China Bank espande le sue linee di credito in molti paesi africani, gli aiuti economici cinesi sopravanzano quelli “occidentali” di qualche centinaio di miliardi di dollari, vengono costruite infrastrutture importanti nel continente nero che comprendono porti, autostrade, ferrovie, ospedali, scuole su programmi ed impostazioni cinesi. Insomma sembrerebbe che quel “Piano Marshall” per l’Africa, del quale parlava agli inizi del terzo millennio il miglior Berlusconi, sia stato congegnato e sia in corso di attuazione da parte della Cina.

D’altro canto la Cina di Xi ha saputo  approfittare del dissidio/conflitto tra Usa e Russia di Putin per inserirsi, stringere intese con Putin, mirando anche ad ottenere rifornimenti continui di gas per le sue esigenze di energia sempre più crescenti e ad attirare nell’orbita asiatica una potenza che, benché territorialmente proiettata sino al Pacifico, è stata sempre, pur contraddittoriamente, europea. Dice Stefano Graziosi, analista de “La Verità”: ‹‹Pechino punta evidentemente a creare un blocco euroasiatico da integrare con il proprio espansionismo politico economico nel continente africano. Un blocco che serve a marginalizzare geopoliticamente gli Stati Uniti.››

E gli Stati Uniti cosa stanno facendo per opporsi a questa avanzata cinese? Hanno rafforzato le alleanze politico-militari che servirebbero a contrastare la Cina e a circoscriverne l’avanzata. Essi, da un lato, con l’accordo Usa – Regno Unito – Australia (Patto Washington – Londra – Canberra) hanno rafforzato la strategia di controllo nel Pacifico[1]; dall’altro con la Brexit e lo svincolo della Gran Bretagna da eventuali, anche se improbabili, strategie politico – militari europee, nonché con la presenza della Nato nel Mediterraneo e nei paesi atlantico-mediterranei, come Spagna, Portogallo e la stessa Francia, controllano stabilmente le “rotte geopolitiche” atlantiche. Questa scelta strategica spiegherebbe anche la rapida  “fuga” americana dall’Afghanistan.

Sembrerebbe che in questo contesto il rapporto con l’Unione Europea, per gli americani, debba intendersi in maniera del tutto elastica: contrastare in primis ogni possibile alleanza o il deciso raffreddamento delle attuali tensioni con la Russia da parte dell’Unione o dei singoli Paesi del vecchio continente. Utilizzare la propria influenza politico-militare sull’Europa (la Nato fungerebbe da capisaldo in tal senso) come deterrente e come forza contrattuale sia nei confronti di Putin e della Russia sia verso la Cina che, nell’ultimo decennio abbastanza silenziosamente e sottotraccia, stava costruendo una rete di relazioni con i paesi europei con una strategia che adesso segna una battuta di arresto e rischia di saltare.

Come dire: consolidare e rafforzare le difese sulla “trincea” euro – atlantica, rendere elastiche e, alla bisogna, modificabili le linee di difesa più avanzate nell’Europa continentale.

Dietro questo approccio strategico sembra esserci una “cultura”, un’impostazione ideologica o una “dottrina”, come amano definirla gli americani, ad impronta fortemente “wasp” (white – anglosaxon – protestant). A nulla varrebbe far notare che Biden sia cattolico, visti i rapporti affatto distesi con l’ambiente cattolico nordamericano e le stesse gerarchie episcopali statunitensi, vista anche l’emarginazione politica di Kamala Harris che non risponde proprio a quei settori dell’establishment statunitense.

E l’Italia? E l’Europa? Carlo Pelanda, economista, commentatore ed analista politico abbastanza filo-atlantico, scriveva agli inizi di gennaio quando l’escalation della tensione tra Ucraina e Russia si stava aggravando: ‹‹Il destino di Putin dipende anche dall’Italia.›› Nella sua analisi Pelanda indicava al governo Italiano la necessità di fare da mediatore tra Russia ed Usa sull’esempio di quanto era avvenuto a Pratica di Mare con l’incontro Putin – Bush sollecitato e promosso da Berlusconi. ‹‹Putin ha chiesto pubblicamente, nell’incontro di fine anno con la stampa russa la mediazione dell’Italia tra Russia e Nato. Sincera, riferendosi all’evento di Pratica di Mare del passato, o ricattatoria (Libia, Mali dove truppe italiane sono a possibile contatto con i mercenari russi della Wagner)? Tale richiesta inserisce Roma nel grande gioco: cerchiamo di capirlo.››

Di fronte al silenzio ufficiale e formale del Governo italiano, Putin ha lanciato un altro chiaro e affatto implicito messaggio quando, in piena flagranza di elezioni presidenziali, ha interloquito on line con numerose aziende italiane rappresentate dalla Camera di commercio Italo – russa prendendo impegno a non far venir meno l’apporto del gas russo per il loro fabbisogno energetico. Successivamente, il 1 febbraio 2022, lo stesso Draghi ha avuto un lungo colloquio telefonico con lo Zar che non sembra, in verità, aver determinato risultati ed esiti significativi e rilevanti. Si è parlato della crisi Ucraina anche se, nel suo comunicato, Putin ha ribadito la volontà di ‹‹continuare a sostenere stabili forniture di gas all’Italia.››

L’Unione Europea, invece ha dimostrato anche in questa circostanza seria e gravida di pericolose tensioni di non avere una propria univoca, o almeno omogenea e raccordata, politica estera. La Germania teme che la Russia le chiuda i rubinetti del gasdotto “Northstream 2” e si dissocia dalla strategia americana e della Nato, la Francia continua a recitare l’abituale ruolo di “battitore libero”. Una cosa si è compresa e che poteva costituire un punto di forza, se ce ne fosse stata la volontà. La crisi economica russa le imporrebbe di capitalizzare gli utili dalla vendita del gas. Putin però non è interessato ad acquisti estemporanei e discontinui (“a spot”) di questa risorsa; gli serve un afflusso continuo di capitali esteri. L’Unione Europea, incatenata negli impegni della decarbonizzazione completa entro il 2050, non può prendere decisioni vincolanti in tal senso, di qui il rivolgersi della Russia al Drago cinese. Non a caso il primo risultato dell’incontro tra Putin e Xi, all’inaugurazione dei giochi olimpici, è stato quello di un accordo commerciale per la fornitura di 10  miliardi di metri cubi all’anno di gas alla Cina. Ha dichiarato Putin al termine dell’incontro: ‹‹I nostri operatori petroliferi hanno preparato ottime nuove soluzioni sulle forniture di idrocarburi alla Repubblica popolare cinese. Ed è stato fatto un passo avanti nel settore del gas, intendo un nuovo contratto per la fornitura di 10 miliardi di metri cubi all’anno alla Cina dall’Estremo Oriente russo.››

Questo aspetto della necessità di vendere gas stabilmente e in continuità, richiama alla mente le prime difficoltà in cui si imbatté Enrico Mattei quando, scoperta l’immensa “cassaforte” di metano nella Val Padana, dovette risolvere il problema di scovare un numero di clienti tale da assicurargli uno smercio continuo del prodotto. Questo problema fu risolto con la costruzione a tambur battente di un’efficiente rete di metanodotti nel Nord Italia.

E noi italiani? Dovremmo accontentarci dei rifornimenti via mare di gas americano non avendo rigassificatori a sufficienza per trasformarlo e renderlo disponibile tanto per l’utenza domestica che per quella industriale? Ci sarebbe anche una velata promessa americana di esercitare una propria influenza sulle autorità libiche (una volta nostra prerogativa quasi esclusiva) per il gas d’oltre canale della Sicilia. Ma Putin e i Russi hanno un piede anche in quello scacchiere che una volta qualcuno definì “l’altra sponda italiana”, seguito da Enrico Mattei che, per esprimere l’esigenza di un’attiva presenza italiana, non esitò a recuperarne l’espressione di “posto al sole”

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Qelsi Quotidiano

Giornale Online registrato presso il Tribunale di Roma al n. 178/2013 del 10 luglio.
Direttore Editoriale: Silvia Cirocchi.

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